XXVII Domenica. “Egli aspettò che producesse uva”

XXVII Domenica. "Egli aspettò che producesse uva"

La parabola raccontata da Gesù sembra muoversi in un’atmosfera drammatica per la violenza sempre più crescente mostrata dai vignaioli nei confronti di coloro che sono inviati dal padrone della vigna. La violenza è così sfacciata che gli stessi interlocutori, interrogati da Gesù: «Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?», rispondono in modo deciso: «Quei malvagi, li farà morire miseramente». Sembra la conclusione più ovvia di fronte alla malvagia pretesa dei vignaioli di appropriarsi di una vigna che non è la loro. Tuttavia, per non correre il rischio di interpretare la parabola come una minaccia di Dio nei confronti dell’uomo, dobbiamo tener presente che la sentenza di morte è pronunciata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani ai quali viene raccontata la parabola. L’atteggiamento del padrone della vigna è completamente diverso. Alla progressiva violenza dei vignaioli si contrappone l’ostinata pazienza del padrone della vigna che continua a inviare i suoi servi e da ultimo invia il proprio figlio. La conclusione della parabola chiama in causa noi, che oggi ascoltiamo la parabola. Gesù, infatti, contraddice la sentenza dei suoi uditori. Per questi, l’unica conseguenza è mettere a morte i vignaioli, mentre del padrone della vigna si dice che «a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti». Non c’è nessuna violenza nella decisione del padrone, ma solo l’inevitabile conseguenza di lasciare la vigna a chi saprà coltivarla perché dia frutto. Se nel contesto storico quel “voi” si riferisce «ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo», oggi in quel “voi” siamo coinvolti anche noi. Cosa dice dunque a noi la parabola? Dice semplicemente due cose. In primo luogo afferma che non siamo padroni della vigna e non abbiamo nessun diritto di rivendicare come nostro ciò che non ci appartiene. Ma la parabola dice anche la nostra responsabilità nel far fruttificare ciò che ci viene dato in dono. Anche se l’immagine della vigna, nell’Antico Testamento richiama il popolo d’Israele, i credenti non possono limitarla all’immagine della Chiesa, ma devono intenderla in una dimensione più ampia. Anche la vita è un dono, come lo è il creato, come lo sono i talenti di ciascuno. Pertanto, la parabola spinge ogni credente ad abbandonare la pretesa di chi pensa di essere il padrone del mondo per entrare nella logica del dono. Il primo atteggiamento porta inevitabilmente all’egoismo, il secondo dispone alla condivisione. Come ricorda Benedetto XVI: «Talvolta l’uomo moderno è erroneamente convinto di essere il solo autore di se stesso, della sua vita e della società. È questa una presunzione, conseguente alla chiusura egoistica in se stessi, che discende dal peccato delle origini». (Caritas in veritate, 34).

don Mimmo

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