XXVI Domenica. “Un grande abisso”

XXVI Domenica. "Un grande abisso"

La parabola raccontata da Gesù può prestarsi ad una facile e triste conclusione: coloro che godono sulla terra soffriranno negli inferi, mentre chi soffre su questa terra potrà godere nei cieli. Non solo tale conclusione non sembra rispettare la dinamica del racconto, ma non sembra neanche soddisfare coloro che, come Lazzaro, sono destinati a soffrire su questa terra. E’ una magra consolazione sapere che bisogna continuare a soffrire in questo mondo in attesa di passare all’altro. Una lettura più attenta del Vangelo ci porta più lontano da queste facili conclusioni e ci costringe prima di tutto a prendere atto che la fede, quella autentica, è anche una questione di vista. Sì, perché del ricco della parabola Gesù non dà alcun giudizio. Lui non maltratta il povero Lazzaro, non lo respinge dalla sua casa, non gli rivolge insulti o cattive parole. Il ricco della parabola mostra solo un limite: non vede Lazzaro alla sua porta, non si accorge di lui. Possiamo affermare che il peccato del ricco nei confronti del povero è uno solo: l’indifferenza. E il fatto che il ricco non abbia un nome può essere indicativo perché, come afferma san Gregorio Magno, potrebbe significare che egli ha il nome di ciascuno di noi. Il racconto di Gesù sta dicendo che il nostro peccato non è legato alla ricchezza, ma alla ricchezza che acceca. Il racconto di Gesù sembra rivolto soprattutto a quelli che, anche cristiani, pensano di stare nel giusto quando affermano: “io non faccio male a nessuno, ma mi faccio i fatti miei”. L’abisso di cui parla la parabola raccontata da Gesù non è il confine tra il Paradiso e l’Inferno, ma il confine che noi stessi contribuiamo a tracciare quando ignoriamo quello che accade intorno a noi e pensiamo egoisticamente che, se stiamo bene noi, stanno bene tutti.

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