XXIV Domenica. Un cuore che perdona

XXIV Domenica. Un cuore che perdona

«Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette». Quasi tutti gli studiosi di Sacra Scrittura interpretano queste parole di Gesù facendo riferimento a quanto si legge nell’Antico Testamento a proposito di Lamech, discendente di Adamo: «Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamech settantasette» (Gen 4,24). Caino aveva ucciso Abele, ma con Lamech la vendetta supera di gran lunga quella che Dio aveva minacciato su chi avesse toccato Caino: «Chiunque ucciderà Caino, sarà punito sette volte tanto» (Gen. 4,15). Gesù contrappone al “settanta volte sette” della vendetta il “settanta volte sette” del perdono. Egli afferma e insegna che solo il perdono può mettere fine alla violenza che genera altra violenza. Raccontando la parabola dei due servi Gesù spiega che il perdono non può che nascere dalla consapevolezza di essere perdonati. Il perdono ricevuto deve generare il perdono offerto. La consapevolezza di essere perdonati deve provocare al perdono verso gli altri. Tuttavia, pur accogliendo con premurosa attenzione l’insegnamento di Gesù, non possiamo nascondere la nostra perplessità, che a volte rischia di diventare diffidenza di fronte ad alcune gravi episodi riportati dalla cronaca dei nostri giorni. Soprattutto quando le cronache ci mettono di fronte a violenze inaudite, come quella di un fidanzato che uccide la sua fidanzata o di ragazze straniere violentate, diventa inevitabile chiedersi: è possibile perdonare? Cosa significa perdonare? Come possono perdonare due genitori che hanno perso una figlia perché un ragazzo squilibrato e violento l’ha uccisa? Ma il perdono non annulla la giustizia, purché la giustizia non si identifichi con la vendetta. Il perdono non sminuisce il peso dell’offesa ricevuta, soprattutto quando le ferite non si rimarginano. Pensiamo di non tradire le parole e l’insegnamento di Gesù se ci permettiamo di sottolineare che la conclusione della sua parabola dice che lo stesso padrone, che prima ha perdonato il servo, ora lo sottopone al suo severo giudizio: «Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto».  Ma è soprattutto l’insegnamento finale che Gesù offre ai suoi discepoli ad offrirci la chiave per comprendere il senso autentico del perdono che egli ci esorta ad offrire: «se non perdonerete di cuore». Il perdono non è un gesto, ma qualcosa di più grande che nasce dal cuore. Il perdono di cui parla Gesù è l’atteggiamento con cui ci poniamo di fronte a chi ci ha offeso. La prima lettura di questa Domenica, tratta dal Siracide, ricorda che «Rancore e ira sono cose orribili, e il peccatore le porta dentro». Perdonare non è rinunciare alla giustizia, ma liberare il proprio cuore dal rancore e dall’odio che uccidono prima di tutto coloro che portano questi sentimenti nel loro cuore. Il perdono mostra i suoi benefici prima di tutto verso colui che lo offre perché guarisce il suo cuore e lo aiuta a guardare l’altro non come un cattivo ma come un infelice. Resta, comunque, il fatto che perdonare è difficile e a volte, chiede tempo e pazienza. Il Vangelo non è un manuale di buone maniere, ma la strada indicata da Gesù per diventare suoi discepoli ed essere protagonisti del mondo nuovo che lui è venuto ad inaugurare sulla nostra terra.

                                                                                                                                              don Mimmo

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