XXIII Domenica. Custodi gli uni degli altri

XXIII Domenica. Custodi gli uni degli altri

Non è sempre facile rispondere alle responsabilità alle quali Gesù chiama i suoi discepoli. Non è facile accordare sempre e a tutti il perdono, soprattutto quando le ferite sono profonde. E tuttavia, l’insistenza di Gesù nel richiamare con insistenza alla disponibilità nel perdonare conferma che sono soprattutto le relazioni con i nostri simili ad interpellare la nostra fede. Il brano evangelico di questa domenica non parla di perdono, ma di una responsabilità ancora più grande: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo».  Più che il perdono, qui si chiede la disponibilità a richiamare, a far notare all’altro il suo errore. In definitiva, è un invito a prendersi cura dell’altro, a non lasciarlo vittima di se stesso e del suo peccato. Non dimentichiamo che la parola “responsabilità” nella sua etimologia ha a che fare con la parola “risposta”. Ogni fratello è per noi una domanda, non solo quando vive la necessità, ma anche quando vive la fragilità che si esprime nel peccato. Ma “ammonire” il fratello non è un atteggiamento di superiorità o di presunzione. Più che rimproverare, “ammonire” significa aiutare l’altro a ricordare, aiutare l’altro a prendere atto di quanto ha fatto. Proprio per evitare di cadere nella trappola di chi rimprovera l’altro sentendosi più bravo, più buono, più giusto, Gesù non solo parla di “fratello” ma chiede che tutto questo sia fatto «fra te e lui solo» per non mettere l’altro in difficoltà davanti agli altri. Un modo per dire che il primo atteggiamento da assumere nei confronti di chi ci ha offeso è quello del dialogo personale. La premura di “guadagnare il fratello” non deve arrendersi di fronte alla possibilità che l’altro non accetti la correzione. Se necessario, Gesù chiede di lasciarsi aiutare da altri fratelli e, se neanche questa situazione porta frutto bisognerà coinvolgere l’intera comunità. A questo punto, merita un’attenzione particolare la conclusione a cui giunge Gesù: «sia per te come il pagano e il pubblicano». Non si tratta di “lasciar perdere” o peggio ancora di una scomunica da parte della comunità. Non dimentichiamo che pagani e pubblicani sono le persone verso le quali Gesù mostra un’attenzione particolare. La conclusione di Gesù, quindi, è un invito a pregare per loro, a prendersi cura di loro in altro modo. Sant’Agostino lo conferma: “ciò non significa che si debba trascurare la sua salvezza. Infatti, questi stessi pagani e gentili noi non li annoveriamo nel numero dei fratelli; e nondimeno sempre cerchiamo la loro salvezza” (Sermone 82). I tre passaggi presentati da Gesù, cioè prima da soli, poi con due testimoni, poi con tutta la comunità, mostrano che il perdono non è un colpo di spugna o un semplice atto di bontà. Il vero perdono è un percorso che coinvolge vittima e colpevole. Gesù ci mette di fronte ad un “percorso di riconciliazione” che parte da una fondamentale verità: Dio ci chiama ad essere custodi l’uno dell’altro perché, come ricorda Ezechiele nella prima lettura di questa domenica: se «tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te». Dio non poteva utilizzare parole più semplici per farci comprendere che se siamo figli dello stesso Padre, dobbiamo prenderci a cuore la sorte di ogni nostro fratello.

                                                                                                                                                            don Mimmo

 

immagine: Sieger Koder (1925-2015) sacerdote e pittore tedesco, Simone di Cirene

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