XIV Domenica del tempo ordinario. Prendete il mio giogo sopra di voi

Dal Vangelo di Matteo 11,25-30
In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra». Sono le parole che aprono l’inno di giubilo che Gesù rivolge al Padre. Paradossalmente, il contesto nel quale Gesù rivolge al Padre questa lode è una situazione di rifiuto e di abbandono che Gesù sperimenta. Nello stesso capitolo, anche Giovanni il Battista sembra nutrire dubbi nei confronti del Messia che lui ha annunciato. Allo stesso tempo, le città che Gesù ha incontrato sembrano mostrarsi indifferenti al suo annuncio. Lo comprendiamo dalle stesse parole di Gesù subito prima del nostro brano: «Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidone fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite» (Mt 11,21). Gesù rimprovera le città che, orgogliosamente chiuse nella loro arrogante sapienza non hanno accolto le sue parole e non si sono convertite. In una situazione che umanamente possiamo considerare un fallimento, Gesù comprende qual è la logica del Padre: nascondere “queste cose ai sapienti e ai dotti ” e rivelarle ai “piccoli”. Ma chi sono i «piccoli»? Sono le persone umili, le persone semplici, le persone che non oppongono resistenza con i loro pregiudizi o ragionamenti. Le parole di Gesù sono rivolte a coloro che vivono la fede con cuore semplice, coloro che non hanno la presunzione di possedere la verità, orgogliosi e gelosi delle proprie convinzioni. A volte, anche coloro che hanno una responsabilità nella Chiesa mettono da parte la Parola di Dio per fare sfoggio della propria cultura; vivono il loro ministero come un’occasione per ostentare la propria intelligenza e rischiano di presentare agli altri una fede assurda e complicata. Un po’ come gli scribi e i farisei che trasformano i comandamenti di Dio in un peso da imporre sulle spalle degli altri. Certamente a loro si riferisce Gesù quando invita coloro che lo ascoltano: «Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me». Il «giogo» infatti, per gli ebrei che ascoltano è la Legge che scribi e farisei hanno reso un fardello pesante, riducendo la fede ad un’osservanza scrupolosa che toglie il respiro e allontana da Dio. Il «giogo» di Gesù, al contrario è dolce e leggero perché è il «giogo» dell’Amore. Non dimentichiamo che il termine “coniugi” utilizzato per gli sposi significa letteralmente portare lo stesso giogo: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro». L’invito è rivolto da Gesù a coloro che sperimentano la fatica della vita e si sentono schiacciati, non solo da vicissitudini e delusioni, ma anche da una fede che opprime invece che confortare e incoraggiare. Dobbiamo chiederci con onestà perché oggi molta gente è lontana dalle nostre comunità. E’ gente che non crede oppure è gente alla quale non abbiamo trasmesso la bellezza e la semplicità della fede? Ci conforta vedere che oggi la Chiesa vive con più grande preoccupazione la missione verso coloro che vivono lontani dalla fede, ma la preoccupazione non può essere quella di riempire le chiese o di intruppare i così detti “lontani” nei gruppi parrocchiali. Oggi è la Chiesa che deve ripetere a tutti le parole di Gesù: «Venite a me… io vi ristorerò», aiutando uomini e donne del nostro tempo a comprendere che non sono i comandamenti e i precetti a conquistarci l’Amore di Dio, ma è l’Amore per Dio che ci rende capaci di osservarli e di vivere la nostra storia nonostante la fatica del cammino.
Immagine: particolare di San Cristoforo, (“colui che porta Cristo”), affresco di Tiziano Vecellio, Palazzo Ducale di Venezia
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