X del Tempo Ordinario. Il cammino della Vita

X del Tempo Ordinario. Il cammino della Vita

Una delle immagini spesso utilizzate come metafora della vita è quella del cammino. Il Vangelo di questa Domenica presenta due gruppi in cammino: uno segue Gesù, l’altro segue la bara di un fanciullo. Il primo è alla sequela di Gesù e quindi della vita, l’altro è un corteo che segue la bara di un piccolo fanciullo. La tragedia della madre vedova, che deve seppellire il proprio figlio, richiama quei tratti drammatici della vita che devono fare i conti con la spavalderia della morte. Cosa c’è di più drammatico per un genitore che dover pregare sulla tomba del figlio? La morte non ha compassione di nessuno. Ma il Vangelo invita a guardare anche l’altro corteo, quello che segue Gesù. La sua reazione davanti alla madre che ha perso l’unico figlio non esprime solo una profonda tenerezza. Gesù esprime la sua compassione toccando la bara del fanciullo per fermare il corteo della morte. L’incrocio tra i due cammini alla porta della città sembra anticipare quel “duello tra morte e vita” cantato dalla Sequenza di Pasqua. Due cammini antitetici che sembrano provocare una domanda: a quale cammino apparteniamo? Forse la risposta più immediata orienta lo sguardo verso il corteo della morte perché è l’esperienza che avvertiamo più vicina. Il corteo della morte è quello che giustifica tutte le nostre paure perché la vita non è che un cammino verso la fine. Tuttavia, dobbiamo riconoscere che siamo anche noi decidere, ogni giorno, quale corteo seguire. Lo decidiamo ogni qual volta le nostre scelte rivelano la nostra preoccupazione di aggrapparci a realtà che non hanno e non danno futuro. Seguiamo il corteo della morte quando cerchiamo solo una felicità a fior di pelle e invece di preoccuparci quando essa ci delude, ci lasciamo prendere dall’ansia di cercarne ancora un’altra. In questo modo diventiamo avidi del momento presente e incapaci di guardare lontano. In una delle sue poesie Cesare Pavese scriveva: La lentezza dell’ora è spietata per chi non attende più nulla” (Lo steddazzu). Viviamo uno strano paradosso: abbiamo paura della morte e tuttavia lasciamo che sia essa a guidarci. “Ragazzo, dico a te, àlzati!”. Le parole rivolte da Gesù al giovane morto sono parole che ancora oggi risuonano per ciascuno di noi. Gesù ci invita ad alzarci, a non lasciarci morire. Sono parole che invitano a riscoprire la bellezza e la dignità di una vita che non ha paura di guardare avanti perché se non c’è una mèta non ci sarà neanche un cammino.

don Mimmo

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