V Domenica. “Ed ella li serviva”

V Domenica. "Ed ella li serviva"

Dalla sinagoga il Vangelo ci porta con Gesù nella casa di Simone e Andrea. Dal luogo della preghiera passiamo al luogo degli affetti, al luogo della famiglia. Gesù esce dalla sinagoga per entrare nello spazio delle relazioni familiari. “La suocera di Simone era a letto con la febbre”. Nella casa di Simone, Gesù è di fronte alla malattia, all’esperienza che ferisce ogni uomo e ogni casa. L’esperienza di Giobbe, proclamata nella prima lettura, conferma il dramma che fa sperimentare all’uomo tutta la sua vulnerabilità: “Ricòrdati che un soffio è la mia vita”. Anche noi sperimentiamo la vita come “un soffio” e ne abbiamo timore perché ne sperimentiamo le conseguenze. Tenendo conto del linguaggio essenziale ma puntuale dell’evangelista Marco, possiamo allargare lo sguardo per accorgerci che in realtà, al di là del male fisico, la casa di Simone è abitata dalla malattia, come ogni casa dove si sperimenta la fragilità delle relazioni e degli affetti. “La suocera di Simone era a letto con la febbre”. Nella casa di Simone, come nelle nostre case, come nelle nostre relazioni, qualcuno è in una situazione di debolezza e di immobilità, condizionando inevitabilmente la vita degli altri. Sono molte le case dove la malattia, e non solo quella fisica, rende più faticose e difficili le relazioni. Il passaggio di Gesù dalla sinagoga alla casa diventa, quindi, già un annuncio di salvezza perché ci conferma che Dio non è solo presente nello spazio sacro del tempio o nel tempo sacro della preghiera, ma visita anche i nostri spazi e i tempi del nostro quotidiano. Ma del Vangelo dobbiamo cogliere un altro aspetto importante che porta luce alla nostra storia. La scena nella casa di Simone, più che alle parole è affidata ai gesti. Infatti, non c’è nessun dialogo tra Gesù e la suocera di Pietro a letto con la febbre, non c’è una richiesta diretta da parte di chi giace nel letto a motivo della febbre. Sono gli altri a farsi intermediari presso Gesù: “subito gli parlarono di lei”. Come mai non c’è dialogo tra Gesù e la suocera di Pietro? Come mai chi è malato non approfitta della presenza di Gesù per chiedere la guarigione? Forse dobbiamo leggere questo silenzio come un modo per dire che la malattia è già invocazione, è già una preghiera e come tale attira su di sé lo sguardo di Dio. A raccontare la scena sono soprattutto i gesti, e in particolare i verbi che la descrivono: la suocera di Pietro “giace” nel letto con la febbre, ma Gesù “la fece alzare” e quindi la suocera guarita “li serviva”. Sono tre verbi che possono descrivere molto bene il cammino della fede che porta a riconquistare le forze perdute. Siamo di fronte ad una scena che rimanda al mistero pasquale, il mistero nel quale Gesù che giace nel sepolcro si rialza vittorioso nella risurrezione. Appare così che il frutto della guarigione, la manifestazione della risurrezione diventa l’esperienza del mettersi al servizio. Ricordando che siamo nello spazio degli affetti familiari, mentre la malattia ti costringe all’immobilità e rende fragili le relazioni tra i membri della famiglia, il servizio diventa l’immagine più eloquente del riannodarsi delle relazioni e trasforma lo spazio della casa in uno spazio dove si respira l’amore. Il vero miracolo non è la guarigione dalla febbre, ma gli effetti di quella guarigione: mettersi al servizio di chi si ama, perché è il servizio l’espressione concreta dell’amore.

don Mimmo

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