Seconda di Pasqua. “Porte chiuse”

Seconda di Pasqua. "Porte chiuse"

La seconda domenica di Pasqua è sempre legata al brano evangelico che racconta l’incontro di Gesù Risorto con l’apostolo Tommaso. Il riferimento alle “porte chiuse” del Cenacolo è sufficiente per descrivere il clima di paura nel quale vivono i Discepoli. Ma non sono solo le porte del Cenacolo ad essere chiuse. Anche il cuore dei Discepoli è chiuso nella tristezza, chiuso dalla delusione e dal senso di fallimento che la morte di Gesù ha provocato in loro. Tuttavia, “le porte chiuse” non sono un ostacolo per Gesù che, come racconta il Vangelo: «venne, stette in mezzo e disse loro: Pace a voi!».  Non solo “venne Gesù”, ma anche “stette in mezzo”. Non solo “in mezzo” ai discepoli, ma visto che il racconto ha appena parlato del timore che chiude i Discepoli nel Cenacolo, Gesù è “in mezzo” a quel timore, a quella paura. Gesù non solo non si lascia fermare dalle nostre paure, ma ci raggiunge proprio nelle nostre paure per dire come quel giorno ai Discepoli: “Pace a voi”. Una frase scandita per tre volte nel nostro brano e che non è un semplice saluto, ma un’affermazione, cioè la condizione di chi si lascia raggiungere da Cristo. Quando il Signore entra nel cuore dell’uomo, quel cuore non può che sperimentare la pace. A volte, la nostra paura può essere motivata anche dalla delusione verso noi stessi, incapaci di lasciarci sostenere dalla fede nelle grandi decisioni della vita. Oppure dalla delusione di una fede che non ci sostiene nei momenti di difficoltà. Alle parole “Pace a voi” rivolte ai Discepoli, segue un gesto che noi conosciamo molto bene perché è lo stesso gesto di Dio quando crea il primo uomo: “Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo”. Il respiro del Risorto è il respiro della vita che ora raggiunge l’uomo. Il respiro che la paura rende un affanno si trasforma in un respiro di vita. Alla luce di questa esperienza, diventa più semplice comprendere quello che accade dopo, cioè “otto giorni dopo”. Abbiamo sempre pensato a Tommaso come l’incredulo, l’apostolo al quale fare riferimento per giustificare i nostri dubbi nella fede.  Ma Tommaso può insegnarci anche altro. Egli non riesce a credere per quello che dicono i suoi compagni e pretende un incontro personale con Cristo. La pretesa di Tommaso ha molto da insegnare a quei cristiani che pensano di credere solo perché vivono in una società che si definisce cristiana. Il tempo pasquale porterà molte famiglie nella nostra comunità a motivo dei sacramenti celebrati in questo periodo. Quale fede li spinge a chiedere i sacramenti? Quale riferimento vivono con la comunità cristiana? Perché molti genitori si fermano sulla soglia della chiesa, lasciando che siano solo i figli ad entrare? Non siamo certamente noi a dover giudicare la fede degli altri, ma non possiamo nascondere la tristezza di celebrazioni che si trasformano solo in una “bella cerimonia” da immortalare nell’album di famiglia. L’indicazione dell’incontro dei Discepoli “otto giorni dopo” ci svela l’origine e il significato del radunarsi della comunità nel giorno domenicale. Ma questo non è sufficiente. E’ necessario, come Tommaso, invocare e vivere l’incontro personale con Cristo, consapevoli che la fede non è l’adesione ad una filosofia di vita o la semplice accoglienza di un’etica cristiana. La fede nasce e si alimenta dall’incontro personale con Cristo. Un incontro fatto anche di dubbi, di incertezze e di peccato. E tuttavia un incontro necessario per comprendere che siamo chiamati a vivere un grande paradosso: la fede non ci preserva dall’esperienza della Croce, ma proprio nell’esperienza del dolore e della morte trasforma il nostro affanno in un respiro di vita.

 

don Mimmo Falco

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