II Domenica di Pasqua. A porte chiuse

II Domenica di Pasqua. A porte chiuse

Siamo nel Cenacolo e il riferimento alle “porte chiuse” dice in modo chiaro e immediato che in quel luogo si respira solo un’aria di paura, ma anche delusione. La paura per “il timore dei Giudei”, la delusione per una storia che si conclude con la morte di Gesù. Quelle “porte chiuse” oggi sembrano richiamare la situazione delle nostre chiese: abbiamo chiuso le porte, anche se per una paura diversa.  Ma, proprio in questa situazione dovremmo chiederci se le nostre chiese sono chiuse solo per precauzione o c’è un altro significato da leggere dietro questa situazione. II Vangelo ci dice che è Gesù a raggiungere i discepoli nonostante le porte chiuse. “Venne Gesù, stette in mezzo”. Non solo “venne” ma “stette in mezzo”. Gesù non è solo “in mezzo” ai suoi discepoli, ma visto che il racconto ha appena parlato del timore che chiude i Discepoli nel Cenacolo, Gesù è “in mezzo” alla paura che abita quel luogo. Ancora oggi, Gesù non solo non si lascia fermare dalle nostre paure, ma ci raggiunge nelle nostre paure e dice anche a noi come ai Discepoli: “Pace a voi”. Una frase scandita per tre volte nel nostro brano. Non è un semplice saluto, ma un’affermazione, anzi una condizione già realizzata. Dove c’è Lui c’è pace. Quando il Signore entra nel cuore dell’uomo, quel cuore non può che sperimentare la pace. La nostra paura oggi nasce non solo dal timore del contagio, ma anche dalla preoccupazione per il nostro futuro. Ma alle parole “Pace a voi” rivolte ai Discepoli, segue un gesto che noi conosciamo molto bene perché è lo stesso gesto di Dio quando crea il primo uomo: “Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo”. Il respiro di Cristo, il respiro della vita ora diventa il respiro dell’uomo per dare inizio ad una nuova creazione, ad una nuova realtà. Il respiro che la paura e la delusione hanno reso un affanno, ora diventa respiro di vita, una vita rinnovata dalla presenza di Cristo che non ci lascia soli nelle nostre paure. Alla luce di questa esperienza, diventa più semplice comprendere quello che accade dopo, cioè “otto giorni dopo”. L’indicazione dell’incontro “otto giorni dopo” ci svela l’origine e il significato del radunarsi della comunità nel giorno domenicale. Anche se la situazione attuale ci impedisce di raccoglierci come comunità, non possiamo accontentarci di incontrarci virtualmente. Rischiamo di abituarci ad una fede autogestita che pensa di poter fare a meno degli altri. La fede cristiana non è l’adesione ad una filosofia di vita o la semplice accoglienza di un’etica cristiana.  Abbiamo bisogno di sentirci comunità raccolta intorno al suo Signore per riconoscerci discepoli che testimoniano al mondo il paradosso di una vita che rinasce dall’esperienza del dolore.

 

Mimmo Falco

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