XXV Domenica. “Che cosa farò?”

XXV Domenica. "Che cosa farò?"

Siamo di fronte ad una parabola che ci sconcerta. Può il Signore lodare un uomo che si è mostrato disonesto? Come si può lodare una furbizia che “compra” le persone pur di assicurarsi un futuro? Eppure, forse sta proprio qui la chiave della parabola: di fronte ad una minaccia che rischia di compromettere il futuro della sua vita, l’amministratore mette in gioco tutta la sua intelligenza. L’aggettivo “phronimos” sta ad indicare proprio una persona accorta, intelligente, capace di capire l’urgenza di una decisione. Un proverbio latino afferma che “la necessità è la madre delle abilità” (Mater artium necessitas). Cosa ha fatto quell’amministratore per essere lodato dal suo padrone? Egli ha compreso che la ricchezza accumulata in modo disonesto non gli garantisce più il futuro. Le persone incontrate nel corso del suo lavoro erano per lui solo persone da sfruttare e imbrogliare. Ma ora, la minaccia di lavorare o mendicare per garantirsi un po’ di pane lo costringono a prendere una decisione che salvi allo stesso tempo la sua dignità e il suo futuro. “Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno”. Eccolo quindi mettere in opera il suo piano: sfruttare ancora il suo ruolo di amministratore per trasformare i “clienti” del padrone in suoi “amici”. Perché Gesù racconta questa parabola? Certamente non per lodare la “disonesta ricchezza” ma per invitarci ad essere “accorti”, “astuti” nel saper comprendere cosa può garantirci un futuro vero. Non certamente la ricchezza, l’ansia di accumulare, l’egoismo che ignora gli altri o usa gli altri per il proprio tornaconto. E’ ingenuo e illusorio pensare che la ricchezza possa garantirci una vita lunga e felice. Ma tutto questo non lo comprenderemo mai fino a quando non ci chiederemo di quale futuro parliamo.

 

Immagine: Marinus van Reymerswaele, “The Tax Collector”

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