III Domenica. “Il tempo si è fatto breve”

III Domenica. "Il tempo si è fatto breve"

Un annuncio che accomuna le tre letture di questa domenica fa riferimento al tempo. Ne troviamo una sintesi nella lettera di san Paolo: «Il tempo si è fatto breve». Nell’affermazione di Paolo ritroviamo sia il riferimento alla predicazione di Giona: «Ancora quaranta giorni e Nìnive sarà distrutta», sia quello dell’annuncio dato da Gesù: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino». Il riferimento al tempo dato dalle tre letture trova la sua giustificazione nell’urgenza della conversione. Ma non si tratta di una minaccia, quasi un modo per costringere alla conversione con la paura del castigo finale. Nelle parole di Gesù emerge chiaramente l’aspetto positivo di questo riferimento al tempo: «il regno di Dio è vicino». Nel riportare questo annuncio, l’evangelista non utilizza il termine kronos  per parlare del tempo perché non si riferisce alla sequenza di ore o di giorni. L’evangelista usa il termine kairòs nel suo significato di “tempo favorevole”, un tempo visitato da Dio. In questa dimensione positiva dell’annuncio possiamo riconoscere l’invito ad un autentico atteggiamento di conversione scoprendone il suo vero significato: non ci si converte ad una dottrina, ma ci si converte a Dio, non ci si converte per timore, ma ci si converte per amore. Se Gesù parla di «tempo compiuto» è per affermare la qualità del nostro tempo: non più il tempo della promessa, ma il tempo della presenza di Dio tra gli uomini. Esortando alla conversione, Gesù sollecita ad orientare il proprio sguardo, la propria vita verso Dio. Il tempo è lo spazio nel quale scorre la nostra vita, lo spazio delle nostre scelte e delle nostre esperienze, quelle che ci maturano e quelle che deludono. Gesù esorta a non lasciarsi trasportare o consumare dal tempo, ma a viverlo come luogo della presenza di Dio nella storia. Solo quando Dio diventa unico punto di riferimento, tutto diventa relativo, così come spiega san Paolo quando invita la sua comunità a «vivere come se». Solo quando Dio diventa l’unica mèta verso la quale dirigere il proprio cammino si impara a non fissare lo sguardo su realtà che non portano da nessuna parte. I discepoli possono lasciare la barca, le reti, addirittura affetti e amicizie solo perché riconoscono nell’invito di Gesù la possibilità di un orizzonte più grande della riva di quel lago. Se resteranno là, il futuro è già scritto: resteranno per sempre dei pescatori che cercano di rubare al mare qualcosa da mangiare per sopravvivere. Ma se lasceranno quel lago per seguire Gesù, il loro futuro sarà tutto da scoprire: non saranno più semplici pescatori, ma «pescatori di uomini». La loro esperienza può diventare anche la nostra perché gettare o riparare le reti è quanto facciamo anche noi nella nostra vita quotidiana. Gettiamo le reti quando tentiamo, non solo di guadagnarci il pane in modo onesto, ma anche quando gettiamo le nostre attese nello spazio ignoto del mare, nella speranza di vederle riempite. Anche noi, come i discepoli, ripariamo le reti strappate della nostra vita che rischiano di lasciarci senza prospettive o senza la possibilità di costruire un futuro dignitoso.  La scelta dei discepoli, che senza esitazione si mettono dietro il cammino di Gesù appare così l’unica possibilità per non restare fermi, a guardare il mare, che come la vita, a volte appare generosa e a volte minacciosa. Il cammino del discepolo non è solo il cammino della fede, ma prima ancora quello della vita che porta a lasciare le rive delle piccole ambizioni per camminare verso un progetto più grande.

don Mimmo

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