Esaltazione della Santa Croce. Dio ha tanto amato il mondo …

Dal Vangelo secondo Giovanni 3,13-17
In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».
La coincidenza della domenica con la festa della Esaltazione della Croce è una preziosa occasione per orientare lo sguardo su Colui che su quella Croce è fondamento della nostra fede e motivo della nostra speranza. Vale la pena ricordare che questa festa ha radici molto antiche e trova la sua origine in due eventi storici: il ritrovamento della vera Croce da parte di sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino e il 14 settembre del 335 d.C. la festa della dedicazione della basilica fatta costruire da Costantino sul luogo del santo sepolcro. Il senso di questa festa è spiegato molto bene nel breve brano del Vangelo che mette sulla bocca un verbo che bisogna interpretare nel suo autentico significato: “come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo”. Il verbo “innalzare” sulla bocca di Gesù fa già riferimento alla sua risurrezione e ascensione. In questo modo la Croce non è più luogo di morte, ma luogo dal quale si sprigiona la vita, come Gesù stesso afferma: “perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna”. Questo significa che l’esaltazione della Croce non è assolutamente l’esaltazione della sofferenza o del dolore, ma la celebrazione della vita che trionfa sulla morte. Lo conferma anche la preghiera del Prefazio di questa liturgia: “perché da dove sorgeva la morte di là risorgesse la vita”. La prima lettura, opportunamente il riferimento di Gesù al serpente di bronzo realizzato da Mosè su indicazione di Javhè, Egli costruisce e colloca il serpente di bronzo su un’asta in modo che gli Ebrei colpiti dal veleno dei serpenti guardandolo siano guariti. Ma se nella prima lettura si trattava di alzare lo sguardo verso il serpente per ottenere la guarigione, nella pagina evangelica si tratta di guardare e contemplare l’Uomo sulla Croce per trovare vita e salvezza. La Croce diventa così la misura dell’Amore di Dio che, come ricorda sant’Agostino è “amare senza misura”. Dobbiamo riconoscere con onestà che molti, anche tra i credenti, hanno ridotto la croce ad un semplice simbolo, un oggetto da portare al collo o un segno scaramantico da tracciare prima di affrontare una sfida. La festa di questa Domenica è un invito a riscoprire nella Croce il grande punto di riferimento della nostra fede. Essa ci rimanda al Crocifisso e al suo mistero d’Amore capace di trasformare la morte in vita e il peccato nella grazia.
foto: Museo di Galla Placida a Ravenna
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