BuonSenso #4

BuonSenso #4

Il povero ha fame e non lo sa

Detto ebraico

 

Avvertire la fame da cosa dipende? Dall’avere lo stomaco vuoto? Secondo questo detto ebraico no: ciò che rende esposti alla sensazione della fame non è l’avere lo stomaco vuoto, quanto piuttosto l’essere abituati ad averlo pieno. Il povero, infatti, abituato a soffrire la fame e le privazioni, oramai non se ne accorge più. Paradossalmente, invece, chi “ha più cibo” ha “più fame”, in quanto più ci si riempie, tanto più si fatica a sopportare ogni minima privazione, in un circolo vizioso che non pone mai un limite alla sazietà.

Proprio per questa incapacità a sopportare la privazione, per chi vive di abbondanza l’essere riempito diviene un diritto e una pretesa, mentre per chi vive lo spirito di povertà il ricevere diviene motivo di gratitudine. Ecco perché al benessere spesso si accompagna la paura di perdere qualcosa, alla ricchezza l’avidità, alla “pancia piena” la tendenza al lamento, alla pretesa, all’irriconoscenza. Lo spirito di povertà, invece, procura un cuore in pace, poiché non teme di perdere nulla, generoso, poiché non accentrato sulle proprie privazioni, riconoscente, poiché nulla è diritto, ma tutto è dono.

Il confine tra “ricchezza” e “povertà” interiore, tuttavia, non può essere banalmente quantificato attraverso le proprietà; «dai frutti si riconosce l’albero», ossia è “quanto si soffre la fame, ossia la privazione, che dice se il cuore è abitato dallo spirito di povertà”. Ecco perché in tutte le tradizioni spirituali esiste la pratica ascetica del digiuno, l’esercizio della privazione, oggi così incompresa nel nostro Occidente.

Il Natale di quest’anno, con le sue “privazioni di massa”, ci invita a meditare profondamente su ciò che vogliamo diventare: persone capaci di custodire la pace, la generosità e la gratitudine anche nelle privazioni o persone continuamente paurose, avide e arroganti anche nell’abbondanza.

Don Alfredo

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